Alle mani la parola.

Girava tutto intorno a quattro angoli, quattro lati, quattro persone, quattro caratteri e personalità. 4×3? Dodici intrecci? in una sola famiglia? E tutti i casini dentro. Un po’ come il quadrato degli opposti di Aristotele, tutte le varie combinazioni, contrarie e subcontrarie, alterne e subalterne. Un po’ era così, c’erano i legami più forti, i più deboli, quelli più interdipendenti e quelli in cui ognuno se ne fregava dell’altro. A, E, I, O. U era il cane.

L’universale affermativa sarebbe stata sicuramente, con gran stupore di tutti, lei. La più spensierata alla fine, la più positiva e con il carattere più paziente e cauto, mite, che non creava problemi; anche se non proprio così messa all’interno di quel quadrato, dove doveva scontrarsi con negative, particolari. E così l’universale negativa sua sorella; il giorno e la notte. Un bastian contrario, un no costante, inquieta e dal carattere forte, prorompente. I genitori erano i particolari, non si sa definire chi più affermativo e chi più negativo. Lei vedeva tutti diversi.

E quel quadrato era la tavola, un campo di battaglia continua.

Ogni sera seduti lì. Spesso tre, a volte due. TV rigorosamente spenta, parole vaghe, racconti buttati sul campo, non risposte, risate, clima teso, pensieri serrati bene nella mente. E subito dopo un pianoforte suonava, per dire tutte le parole non pronunciate durante la cena.

Alle mani la parola.

Stanotte.

Stanotte non sapevo che posizione dovessi prendere, non sapevo cosa fare ed ero indecisa come non succedeva da un po’. E poi ho pianto, per voglia di amore, per mancanza, per nostalgia, per vuoto, per confusione.

E alcune canzoni di Sanremo non aiutano.

Consigli.

Sabato sera, chi è a casa come me?

Stasera vi chiedo…se doveste dare due tre consigli che ritenete fondamentali a qualcuno di più giovane di voi, o ad un figlio, quali sarebbero?

Voglie.

Che dire?

Vi capita mai di avere voglia di scrivere, una voglia pazza, da dover muovere le dita, da dover far uscire qualcosa, scaricare sulla carta o sulla tastiera? E vi capita mai di sentire una sinfonia o una musica suonata al piano e voler inventare le parole? Sentire che c’è sotto una storia, capirla, ma non riuscirla a raccontare. Perché troppo grande, troppo da essere mostrata. Così mi sento spesso, c’è troppo da mostrare, ma quel troppo quasi implode.

Vi viene mai voglia di amore? Amore tenero, abbracci, baci sfiorati e carezze; e poi amore rosso fuoco, amore passionale da sfogare e dimostrare con il fisico.

E dopo viene la voglia di essere guardati con stima, con apprezzamento. Voglia di essere notati.

Libera.

Seguito della mia “storia”…




Il dr Fitz è tranquillo, o meglio, si è sposato da poco e non ha nessuna intenzione di rovinare tutto. Emma invece è single da diciotto lunghi e strani anni; l’avevano sempre voluta tutti ma aveva regalato numerosi pali. Nella sua città è ritenuta una snob, una di quelle che “se la tira”. E’ una di quelle ragazze che mettono la carta igienica sulla tazza per evitare eventuali germi.

Emma è una ragazza particolare. Non a caso quel tatuaggio con l’henné sul polso, un piccolo alieno. Carino finchè non ci stai vicino. Vuole da sempre anche un altro tatuaggio, in mezzo al seno. Un fiore che spunta dall’incavatura: simbolo di rigogliosa sensualità. Si trova a Brighton per schiarirsi le idee. La sua famiglia è andata a puttane del tutto, e la sua è probabilmente la fase da crisi di identità. Anche se poi non molto in realtà: ritiene di conoscersi abbastanza bene. Si sente indipendente, ma assurdamente infelice e vuota. Forte e vuota, una bella combinazione. Riempita solo delle poche sicurezze che ha: non è permalosa, le piace stare da sola e anche se per la maggiorparte del tempo non le frega molto degli altri, alla fine le sue paranoie le ha anche lei. Vuole una vita nuova quando a diciotto anni la sua vita probabilmente deve ancora iniziare, ma si è sempre romanzata la vita da sola. Vive con tale intensità e significato da poter scrivere un racconto persino sul pranzo della domenica a casa dei nonni. Per non parlare della sua sensualità, che sente di dover sfogare in qualche modo e mostrarla a qualcuno. Sperimentare il suo potere sugli uomini la affascina. E il suo modello è l’elegante e raffinata Hepburn. Emma è una contraddizione, una sfaccettatura continua, una donna. E meraviglioso è il suo sentirsi donna, desiderata, quanto libera. 

Lui un uomo sicuro all’apparenza, un vetro rotto dentro. Ma pacifico, per nulla polemico. Il lavoro va bene, la sua fidanzata Meg ha detto sì. Perché si sente vuoto e viene ogni domenica puntualmente in riva al mare a fumare? E’ una situazione da divorziato o da uomo in rovina. Sta facendo esattamente quello che tutti si aspettano, sta facendo le cose per bene, come suo padre. Ma suo padre se n’è andato, con un’altra donna, dopo essersi reso conto. La differenza è che lui si è già reso conto, se ne rende conto ogni mattina quando si sveglia accanto a Meggy, bellissima, amorevole e.. E? E lei è arrapante, il sesso non glielo fa mica mancare, sa cucinare, sembra uscita da una rivista, lo sta aspettando a casa… ma lui sente il bisogno di rimanere lì ancora per un po’, visto che non è possibile restare per sempre – purtroppo – direbbe. Lui sceglie ogni giorno di vivere così, infelice, ma nessuno sblocco gli arriva, ed è un medico, e dovrebbe capirci qualcosa.

Si fa forza e si gira, preparandosi per tornare a casa. Meg probabilmente gli ha fatto quei buonissimi biscotti, che a lui non piacciono ma che mai contesterebbe. Perché Meg è perfetta e deve essere felice con lei, si ripete sempre. Una ragazza insolita seduta su una panchina, caschetto, viso pulito ed espressivo, guarda dritto imperterrita. Veste semplice ma neanche troppo. Forse un po’ retrò. Ha solo un blocco e una matita con sé. La fissa un altro secondo e questa si gira, spostando velocemente lo sguardo su altro; lo sguardo fulminante, quasi cattivo, ma bello. Si stringe le ginocchia al petto, tira il vento e si raccoglie i capelli. Fitz prende le scarpe e se ne va, arrancando con i passi sulla sabbia.

Torna ogni domenica e la ragazza sta sempre lì, i capelli un po’ più lunghi nei mesi, i vestiti sempre più caratteristici, il solito sguardo accattivante e incazzato, il solito blocchetto. Emma. Ecco il suo nome, non può essere che quello. Un nome British, un nome da letteratura, schietto, concreto e bello, come lei e il suo sguardo. Lo ha letto sul suo blocchetto. Chissà cosa dentro, pagine e pagine di pensieri, racconti o disegni? E chissà se ne ha mille o questo è il primo, o se è un compito, chissà.

Un giorno il signor Fitz cammina sulla sabbia come le domeniche di suo solito, i soliti bermuda firmati. Emma in lontananza, stranamente in piedi, senza blocchetto, solo un bastoncino. Inciso sulla sabbia, forte e chiaro: libera. E sulla sua spalla un palloncino tatuato, inciso come quella sabbia. Sabbia come pelle. Pelle come tela. La pelle porcellana, non è abbronzata, nonostante lei stia sempre a riva. Fitz si chiede come mai, uomo adulto e in carriera com’è, non riesca a spiaccicare parola e attaccare bottone. Si fa coraggio e fa uscire un po’ di voce, implorando le corde vocali di risuonare in modo naturale, proprio come al matrimonio, quel fatidico sì pronunciato a fatica che fortunatamente non si era notato.

“Libera da?” Lei guarda il mare.Lui guarda le barche e si ricorda del viaggio di nozze. 
“Scusi?” Del lei. Gli dà del lei. E’ poi così vecchio? 
“Una scritta insolita per la sabbia, di solito leggo ‘estate 2016’ o i nomi degli innamorati”
“La mia innamorata sono io per quest’estate, libera”
“Da?”
“Da tutto, da tutti”
“Sono stato libero per tanti anni, e la mia libertà mi ha portato ad avere solo un grande senso di solitudine e di mancanza. A volte è rassicurante appartenere a qualcuno, avere limiti, vincoli”
“Beh, è il mio primo anno, intanto mi godo questo”

Fitz sorride, fa un cenno e si incammina, pensando che la libertà e’ così seducente, proprio come Emma.

Che te ne pare? Mi sforzo per te, ma un viaggio, un racconto intero non riesco proprio, è lungo, articolato, pieno di fantasia di cui un po’ io pecco. Che dici? E’ venuto abbastanza bene, come lo vuoi? Finiamo qui per oggi?

Esperimento.

Inizio confuso di una storia che ho in mente, una storia che è parte di me.




 

Tesoro, le tue storie sono belle, perché le racconti a me?

Ti basta scrivere per risolvere il tuo problema, metti sulla carta quel che mi racconti. Come dici? Vuoi che lo faccia io per te? La Musa dovrebbe ispirare e basta, non fare il lavoro del poeta, non trascrivere. Come dici? Sono una Musa speciale? 

Mi viene facile, pensi e scrivi, pensi e getti, pensi pensi pensi, scrivi, scrivi, scrivi. Posso farlo per te.

Sembri la scena di un film, mentre disteso, nudo, sotto le coperte, guardi il soffitto senza stelline e viaggi con la fantasia. E poi gasato come un bambino il giorno di Natale, mi guardi e con occhi brillanti mi racconti le tue idee, cosa vuoi fare, cosa che nessuno ha mai capito e che a me affascina da matti.

Va bene paziente caro, la psicologa ha ascoltato, c’era, trasforma il foglio nella tua psicologa. Il foglio ti ascolta, c’è, è tuo solamente, non puoi esserne geloso e mai ti tradirà finché lo terrai con te. Il foglio ti fa da sfogo come la psicologa; la psicologa ha due occhi, specchio dell’anima che possiede tante storie come dicevi tu, e il foglio no. Ma il foglio è bianco, non lasciarti spaventare, fanne ciò che vuoi. Puoi plasmarlo, un piccolo bambino che cresce con te, da accudire, da educare.

E’ bello che tu non abbia raccontato; un piccolo segreto, parole tue. Come si fa con le grandi storie d’amore, non si svelano, non si raccontano, rimangono nei ricordi degli amanti, vividi nelle loro menti e basta. O semmai nei fogli scritti di uno dei due; ma non si vendono, si tengono al sicuro, perché quella persona si è spogliata con te, si è aperta e tu devi prendertene cura da allora: e arriverai ad avere un numero di tesori preziosi.

Non so perché non ho mai scritto una vera storia, ma solo pensieri sparsi, buttati lì, senza inizio né fine, vaganti. La storia spaventa, è qualcosa di grosso, solido, si può iniziare? Forse sono pronta, ma lo scoprirò solo man mano.

Tu mi piaci come musa, come supporto, e ci proverò.

Bella storia.

Oggi mi guardavo allo specchio, mi studiavo come faccio di solito. Sono un po’ vanitosa e un po’ insicura, quindi mischiate le due cose e vi vengono fuori quelle trecento ore davanti allo specchio che caratterizzano la maggiorparte di noi donne. Ora, so che la bellezza è soggettiva, ci sono mille altre cose, ma sicuramente l’esterno è il primo impatto e quindi mi chiedevo…quali lineamenti sono ritenuti i più affascinanti? Quali tratti ti caratterizzano come bello? Ognuno avrà i suoi canoni, certo, ma ne esistono alcuni non contestabili? Alcuni universali? Magari cambiano negli anni, seguono le mode e la maggioranza, però talvolta è considerato molto più bello qualcosa di nuovo e particolare.

Dunque? Come mi posso considerare? Voi che ne pensate?

Chi trovate bello?

L’anno scorso…

  • ho amato, e mi sono af(fidata)
  • mi sono persa
  • sono stata abbandonata, tradita, delusa, ferita
  • sono stata forte
  • e ho dato un taglio a tutto il vecchio
  • mi sono buttata, ho rischiato
  • sono andata oltre, ho ricominciato
  • ho riso, sono stata autoironica
  • ho sopportato (troppo)
  • ho suonato con amore, con rabbia, con voglia di impressionare gli altri e me stessa
  • ho urlato, pianto e mi sono incazzata tanto
  • sono stata confusa
  • sono stata passionale, ho goduto
  • ho avuto vendetta
  • mi sono amata
  • ho cercato di salvare il salvabile
  • sono stata ottimista
  • ho fatto cazzate
  • ho fatto esperienze nuove che mi hanno fatto crescere, ho superato qualche limite
  • ho conosciuto i limiti non superabili (per ora)
  • ho conosciuto la voglia di libertà, e non l’ho più lasciata
  • ho viaggiato, ho fatto foto, ho osservato bene come al mio solito
  • sono andata avanti comunque
  • ho ignorato certe cose
  • ho imparato cose che non dovevo sapere, sono stata in difficoltà
  • mi sono rilassata un po’ e ho pensato a me
  • sono arrivata all’esaurimento
  • me ne sono fregata
  • ho seguito l’istinto
  • sono stata cattiva
  • mi sono fatta bella
  • ho ballato
  • ho fatto molti sogni, alcuni li ho scritti, o ci ho pensato su
  • ho fatto progetti, tanti e diversi
  • ho imparato qualcosa di più in cucina
  • sono stata disordinata come gli altri anni
  • ho cantato anche se sono stonata
  • ho fatto più attività fisica
  • sono stata timida, insicura
  • mi sono messa in mostra e mi sono nascosta
  • mi sono morsa la lingua
  • mi sono imbarazzata
  • ho recuperato rapporti, ne ho persi altri
  • sono stata gentile
  • mi sono vestita in modi diversi
  • sono stata curiosa
  • ho chiesto aiuto, e ne ho dato, o almeno ci ho provato
  • ho detto la mia
  • ho sperimentato
  • ho coltivato passioni
  • ho avuto paura
  • ……
  • ho vissuto

Così.

Con la paura di cadere, di morire, la paura della fine. Che non riesci nemmeno ad avvicinarti alle scale, ad uscire in terrazza dalla vertigine.

Con la paura del tempo, la malinconia per i giorni che passano troppo veloci e ti sfuggono di mano.

Con i ricordi sfuocati, i dubbi, ‘e se avessi fatto così? non bisogna avere rimpianti; infatti io non ne ho’.

Con le canzoni che fanno riaffiorare i ricordi.

Con la voglia di amare, di essere coccolata, di prendersi cura di qualcuno, di dimostrare.

Con sotto le note di una nuova scoperta: Il bacio sulla bocca di Ivano Fossati.

Oggi, io, così.

E voi?

By the sea.

Oggi vi parlo di questo film che ho visto giusto ieri…anzi, non ve ne parlo più di tanto, ma ve lo consiglio.

Dentro di me ha provocato varie emozioni, mi ha fatto riflettere, è uno di quei film con poche parole, belle immagini ma tanto significato: quei film che io amo. L’ho adorato. L’atmosfera malinconica, una coppia in crisi, gli sguardi, per non parlare degli anni Settanta e di Angelina Jolie. Su wikipedia c’è scritto che è stato un insuccesso, ai critici non è piaciuto e non sarà un film che verrà ricordato o che ha lasciato il segno.

Beh, sapete che vi dico? Che per me è stato un super successo, per me ha lasciato il segno e quindi, nonostante non piaccia alla massa o ai critici, questo film un senso lo ha visto che a qualcuno ha smosso qualcosa.

E forse è meglio così, che non piaccia alla massa, che non venga dato in pasto alla folla, alla fama; meglio che rimanga un film che piace solo a me, che piace a pochi, di cui non si parla tanto: sono gelosa.